Metempsicosi, di Stefano Caruso

Ueilà!

Metempsicosi, di Stefano Caruso, è un paranormal thriller. Vi state chiedendo cos’è un paranormal thriller? Ebbene, prima di Metempsicosi non avrei saputo rispondere. Forse, prima di Metempsicosi non sarebbe nemmeno esistita una risposta. Questo romanzo, infatti, intreccia due generi normalmente difficili da fondere efficacemente: il paranormale e il thriller. C’è un entità maligna e c’è la sparizione di quattro ragazzini in un villaggio del deserto: Tumbleweed. Da qui, un susseguirsi di linee spazio temporali che il Nac-B, una droga, permette a Sebastian e agli altri sensitivi di attraversare. O di perdercisi dentro, a seconda di come la vogliate vedere.

Quando si fa notte l’uomo mi aspetta,

perché l’uomo mi aspetta di notte?

Quando chiudo gli occhi l’ombra mi osserva,

perché l’ombra mi osserva tutte le volte?

Nel buio l’uomo mi guarda,

perché l’uomo mi guarda se muoio?

Quando sono solo l’uomo mi parla,

perché l’uomo mi parla se non voglio?

Negli specchi la sua ombra mi trova,

e io non ho ancora capito perché…

Quando mi nascondo l’uomo mi scova,

e la sua ombra mi osserva quando lui non c’è.

A metà strada tra Inception e Shutter Island, Metempsicosi è un romanzo costruito su un procedimento chiamato traslazione, ovvero la migrazione dell’io su un piano diverso dell’esistenza.

L’entità, però, dotata di una potenza inaudita, gioca spudoratamente con i livelli entro cui avvengono le traslazioni facendo smarrire (spesso impazzire) i personaggi e con essi il lettore. Il problema quindi diventa riuscire a orientarsi nella realtà, ammesso che sia davvero la realtà quella che si sta vivendo. A pensarci bene, c’è anche un po’ di Matrix in Metempsicosi, solo che i protagonisti non possono scegliere la pillola rossa o la pillola blu, sopraffatti dal Nac-B e dalle traslazioni indotte dall’entità stessa.

In Metempsicosi c’è una gran voglia da parte del protagonista (e anche da parte dell’autore) di rivincita e di rivalsa. Il percorso tuttavia è tortuoso e complesso e il finale per nulla scontato. Anzi, nella dimensione spazio temporale della lettura, sarà il lettore a essere chiamato al l’interpretazione attiva di un finale volutamente aperto.

Nota sull’autore: Stefano Caruso – già noto per aver pubblicato Il lascito. La caccia del falco. di cui attendo con ansia il prossimo volume – dimostra una maturità di scrittura notevole. Con questo romanzo ha affinato il suo talento e dotato il suo stile di una voce unica e propria.

Come sempre, vi suggerisco di acquistarlo qui sostenendo anche il blog: Metempsicosi

Annunci

Storia di una ladra di libri

Ueilà!

Storia di una ladra di libri, di Markus Zusak, è un romanzo da acquistare e mettere in bella mostra nella propria libreria. E’ un romanzo per gli amanti dei libri, dell’oggetto libro, e per chi crede nel potere della parola.

La voce narrante è unica e singolare: la Morte. Personificazione più che mai azzeccata, la Morte nella Germania nazista degli anni quaranta aveva il suo bel daffare. Nonostante ciò, inciampa nella storia della protagonista e incontro dopo incontro ne dipinge la storia. La Morte in quegli anni era ovunque, proprio come lo è in qualità di voce narrante. Più volte dice di non immaginarla come un essere incappucciato e con la falce, ma la curiosità prevale: com’è la morte dunque? come si occupa delle anime che assiste? è un essere consistente o inconsistente (dopotutto il libro di Liesel lo afferra e se lo porta via)? Domande che se avessi davanti l’autore gli porrei immediatamente, insieme alla più ovvia: com’è stato per la Morte servire l’ascesa (o la discesa) dell’anima di Hitler?

Devo avvisarvi, la Morte ha un grandissimo difetto: un’incomprensibile passione per gli spoiler. Sì, non vi sto prendendo in giro. La Morte di Zusak ha il vizietto di spoilerarvi passi fondamentali del libro che ahimè, vi rovineranno gran parte della sorpresa. A onor del vero, il flash forward è una tecnica sottovalutata, un modo che si aggiunge alle molte peculiarità del libro di creare attesa e aspettativa. Ciò, ahimè, non cambia le cose: la Morte vi spoilererà almeno due scene fondamentali e ciò vi farà arrabbiare tantissimo.

Storia di una ladra di libri è un libro da leggere soprattutto per la capacità dell’autore di costruire personaggi che mano a mano che si conoscono si amano sempre di più. In primis il buon Hans, l’alto pittore dal cuore grande. Sua moglie, l’armadio. Max, l’ebreo che gli Hubermann nascondono in cantina. E il piccolo, grande Rudy. 

Dal punto di vista della morte:

Mi meraviglia sempre la forza degli esseri umani, che riescono ad alzarsi, seppure barcollando, persino quando fiumi di lacrime inondano i loro volti.

La grafica del libro è peculiare quanto il narratore: vengono utilizzati caratteri diversi e inseriti racconti con figure e didascalie.

La traduzione del titolo italiano vive una storia affascinante, almeno ai miei occhi. Pubblicato inizialmente come La bambina che salvava i libri, il libro viene ritradotto successivamente con un titolo più vicino all’originale The Book Thief, ovvero Storia di una ladra di libri. Il termine “ladra” non può infarto essere omesso dal titolo principalmente per due ragioni: la prima riguarda la fedeltà al titolo originale, la seconda risiede nel piacere e nel senso di rivalsa che la ragazza prova nell’atto di rubare.

Come sempre, vi lascio il link per acquistare il libro e sostenere il mio blog:

Se volete leggerlo in inglese, vi consiglio invece questa bellissima versione:

E alla fine c’è la vita, di Davide Rossi

Ueilà!

grazie all”autore oggi vi parlo di E alla fine c’è la vita, di Davide Rossi, edito da Apollo Edizioni, una giovane casa editrice a misura d’uomo, ovvero una realtà editoriale che punta a stare vicino ai suoi autori, emergenti e non.

Pubblicato nella collana “Uno, due, tre… ciac!” (collana che ha un nome bellissimo, non credete?) E alla fine c’è la vita è un romanzo che intreccia tra droga, alcool e sesso le vicende di quattro ragazzi: Marco, Marianna, Mario e Marika.

“Marika è ben vestita, elegante, pronta per andare alla festa. Si profuma mentre si guarda allo specchio in bagno. Controlla che il vestito sia a posto un’ultima volta ed esce dalla stanza. Va al computer e scrive su Facebook: “Stasera grande serata”. Va sulla pagina del suo ex ragazzo e trova delle foto di lui con Agnese. Scuote la testa, incredula, e chiude furiosamente il computer. Il cellulare sul comodino vibra. Lo prende e risponde…”

Scritto sotto forma di sceneggiatura, il romanzo interseca le vite di questi ragazzi tra università, feste fino a tarda notte e i risvegli nei loro rispettivi appartamenti (quasi sempre). I dialoghi dipingono pennellata dopo pennellata vite sprecate, superficialità, volgarità (ma anche fragilità) che avvicinano il lettore a una gioventù senza limiti e senza pudore. Ragazzi che non hanno punti di riferimento e che – prima o poi – verranno chiamati a fare i conti con la vita vera e le sue conseguenze.

Appassionato di cinema e scrittura, Davide Rossi riesce a fondere queste due passioni in un prodotto letterario interessante, che fa arrabbiare il lettore grazie alla capacità di insinuarsi e descrivere il torbido dentro il quale nuotano queste quattro esistenze. Un romanzo che non solo fa arrabbiare, ma fa anche pensare. Questi ragazzi, infatti, una volta toccato il fondo verranno messi di fronte a un bivio dalla vita stessa. Saranno in grado di rialzarsi, di salvarsi da loro stessi e dare un svolta drastica al loro domani?

Alla fine, ci sarà la vita ad aspettarli?

Il lieto fine non è affatto scontato, l’epilogo difficilmente intuibile. Davide Rossi è un autore che non ha paura di descrivere la realtà per quella che è.

La ragazza della palude, di Delia Owens

Ueilà!

grazie a BookRepublic e Solferino Libri ho avuto l’opportunità di leggere La Ragazza della Palude, di Delia Owens, e ve ne parlo in punta di piedi perché questa è una storia bellissima, una di quelle che lasciano il segno.

Un libro che fa il suo sporco mestiere, se posso dirla come va detta. Un romanzo intenso, avvincente, inaspettato e travolgente.

Alla base della narrazione c’è un incidente, ma mano a mano che le indagini acquistano una struttura più solida si fa largo l’ipotesi di un omicidio. Un thriller, si potrebbe pensare. Ma più si entra nella storia più si comprende che il vero mistero da risolvere risulta essere Kya, l’indiscussa protagonista del romanzo, l’inafferrabile ragazza della palude. Non più soltanto un thriller, quindi, ma un romanzo molto più complesso e sfaccettato. Una ricerca del sè, un romanzo di formazione e – ciliegina sulla torta – una delicata storia d’amore.

Di Kya potremmo restare qui a parlare per ore e scrivere fiumi di parole. Il modo in cui cresce, la tenerezza con cui si affaccia alla vita in netto contrasto alla durezza della vita stessa, la solitudine a cui la vita la costringe, la cattiveria dei pregiudizi che la circondano… sono solo alcuni degli aspetti che puntano e colpiscono dritto al cuore. Tra flashback e salti temporali della narrazione, impariamo a conoscerla poco a poco proprio come un ricercatore che studia con timore e reverenza un animale maestoso e selvaggio.

Kya ci consegna la sua anima briciola dopo briciola mentre dà da mangiare ai gabbiani svelando un personaggio unico, ricco e formidabilmente complesso. E così, piano piano, si delinea una ragazza delicata come un fiore appena sbocciato, fragile e complesso come un intero ecosistema che brulica di vita, forte come una mantide religiosa, libera come un uccello.

Selvatica e determinata, Kya è un personaggio raro come la piuma bianca e sottile della coda di un uccello tropicale.

Due sono le caratteristiche che rendono unica La ragazza della palude: la sconfinata solitudine di Kya e la palude stessa dalla quale impara prima a sopravvivere e poi – attraverso l’osservazione dei comportamenti degli uccelli, degli insetti e dei pesci nei quali riconosce delle analogie con se stessa – impara a vivere.

L’acqua di palude è ferma e scura perché con le fauci fangose ha inghiottito tutta la luce. In questi recessi persino gli animali notturni si fanno diurni. Certo, qualche suono si sente, ma in confronto al pantano la palude è tranquilla perché la decomposizione è un lavoro cellulare. La vita decade e comincia a puzzare e torna nel sottobosco marcio; uno straziante sguazzare di morte che genera vita.

Lo stile e la capacità descrittiva dell’autrice hanno la capacità del pantano di intrappolare il lettore passo dopo passo senza che se ne accorga finché non alza gli occhi e si rende conto che è troppo tardi. Indietro non si torna. Questo romanzo, cioè, vuole farsi leggere. È una storia che con le sue fauci fangose avvolge, sporca, fa accelerare i battiti del cuore e poi li ferma all’improvviso.

Delia Owens è coautrice di tre saggi bestseller sulla sua vita da naturalista in Africa. Ha vinto il John Burroughs Award for Nature Writing e ha scritto, tra gli altri, per «Nature», «African Journal of Ecology», «International Wildlife». La Ragazza della Palude è il suo primo romanzo: in testa da mesi alle classifiche del «New York Times», diventerà presto un film prodotto da Reese Witherspoon per 20th Century Fox, ed è in corso di pubblicazione in 30 Paesi

Se non lo avete ancora fatto La ragazza della palude è un libro vi consiglio assolutamente di leggere. Una chicca. Se invece lo avete già letto, sono certa che sarete d’accordo con me nel ripensare alle pagine del libro con una sorta di affetto e tenerezza che difficilmente una storia è in grado di lasciare.

Come sempre, ci lascio il link di acquisto (attraverso il quale aiutate anche il mio blog a crescere senza spendere un centesimo in più): La ragazza della palude

🇬🇧

To my international friends I can only say: READ Where the Crawdads Sing! I’m definitely  sure you’ll enjoy it.

Kya Clark is an isolated girl who lives, no, better say learns to live in the swamplands. Abandoned by her family when she was only a little girl, Kya observes wildlife around her and imitates the tricks necessary to survive.

The reader follows Kya’s struggle to live (and love) from her childhood to her adolescence, jumping among recurrent narrative flashbacks. But if you think it is a traditional “coming-of-age-story” – a Bildungsroman that focuses on the psychological and moral growth of the protagonist from youth to adulthood – you are totally wrong. There is a mystery to solve, an accident that slowly appears to be what it really is: a murder.

Kya is a vivid and original character. The unfair prejudice around her mysterious figure keeps everyone at a distance, shaping her growth, but it does not keep the reader at distance. You’ll be glued to the pages so much you’ll find difficult to raise your eyes and stop reading.

Lungo Cammino Verso la Libertà.

Ueilà!

Per la #challenge di Giugno di @airals_world – #disneyjunechallenge – voglio parlarvi di “Lungo cammino verso la libertà”.

Per la prima tappa della challenge, ovvero “Cenerentola – un libro che si è rivelato unico”, ho scelto l’autobiografia di Nelson Mandela perché normalmente non leggo moltissime autobiografie, ma questa mi ha rapito il cuore.

Una vita unica, esemplare, intensa e così piena di sofferenza che pensare all’isola felice in cui sono nata mi fa sentire in imbarazzo.

Il libro ripercorre la vita di Mandela dall’infanzia nel Transkei fino al periodo immediatamente successivo la scarcerazione.

Ragazzi, 27 anni in carcere per un ideale.

Pensateci.

Bene, se lo avete fatto… ripensateci un altro po’.

27 lunghissimi e durissimi anni.

Gran parte del materiale fu preparato da Mandela stesso in carcere a Robben Island dove non ha smesso di essere se stesso e prodigarsi per i suoi fratelli.

Si, è questo per me il libro che si è rivelato unico.

Avete qualche autobiografia che vi ha cambiato il modo di vedere le cose da consigliarmi?

O semplicemente un’autobiografia che vi ha rapito?

🇬🇧Nelson Mandela’s autobiography changed my life.

I do not normally read autobiographies. Have you got any suggestions to keep on reading good ones?

Se volete visitare il blog di Airals, cosa che ovviamente vi suggerisco di fare: AiralsWorld

Se volete leggere il libro e sostenermi: Lungo cammino verso la libertà. Autobiografia

Poesia di denuncia: L’anonimato di Luca Campo

Ueilà!

Oggi vi parlo di un giovanissimo poeta, Luca Campo, che mi ha dato l’opportunità di conoscere il suo lavoro d’esordio: L’anonimato, edizioni Kimerik.

Giovane poeta barese, Campo si distingue nel panorama letterario contemporaneo con una raccolta di poesie che vuole essere un grido di denuncia contro l’anonimato, un appello a una più profonda ricerca del sé in opposizione alla piattezza che purtroppo contraddistingue buona parte della contemporaneità.

L’anonimo è figlio di un mondo dormiente, distratto dalla quotidianità, è un uomo bidimensionale che non ha e non cerca una profondità. L’anonimo è un uomo destrutturato e depersonalizzato in balia delle sue centomila personalità. La soluzione è dunque quella di abbattere le pareti delle proprie dimensioni e cercare l’elevazione attraverso qualcosa che possa riempire la propria profondità. (Intervista a Luca Campo: Parlami di te )

Nel caso dell’autore: la poesia. Ammiro infatti il coraggio di Campo, stimo soprattutto il cercare il suo cammino personale – il suo “uscire dall’anonimato” – percorrendo un sentiero intrapreso da pochi: quello della poesia.

Un sentiero che sebbene – di norma – sussurri a una piccola cerchia elitaria di appassionati, nel caso di Campo riesce invece a parlare a tutti.

Per le sue poesie, infatti, snelle e chiare, alla portata di tutti, l’autore utilizza uno stile fresco e conciso che solo nell’apparenza può sembrare semplice, ma che a guardare bene mostra un impegno e uno studio notevole.

Tutto è curato nei dettagli, a partire dalla copertina dove un dipinto di Giuseppe Ghiro si trasforma nella perfetta rappresentazione grafica dei pensieri dell’autore: un uomo senza volto, anonimo, privo di qualsiasi tratto di riconoscimento. Un volto piatto, senza profondità.

Vi saluto con la citazione di tre versi che si trovano nella prefazione, una sorta di incipit in cui Campo ci invita a una riflessione profonda:

L’anonimato esiste per il timore della diversità,

per viltà, a causa di costrizioni esterne

o per assenza di autostima.

 

Ecco, se volete sostenere questo ragazzo o se semplicemente vi siete incuriositi (e secondo me lo merita), come sempre vi lascio i link di acquisto:

L’anonimato

La fragilità dei palindromi di Marco Stefano Gallo

Ueilà!

Oggi vi voglio parlare di un libro, La fragilità dei palindromi edito Ferrari Editore, di cui sono rimasta piacevolmente sorpresa e che ho avuto l’opportunità di leggere grazie al suo autore: Marco Stefano Gallo.

La fragilità dei palindromi esce dalla mia comfort zone – non mi ero mai avvicinata a un romanzo corale che descrive una piccola cittadina calabrese – ma fin dalle primissime pagine è stato in grado di catturarmi e conquistare la mia più completa attenzione.

Uno specchio che riflette il microcosmo della cittadina natale dell’autore, dunque. Niente di più lontano dalla mia realtà. E, viceversa, niente che potesse stimolare di più la mia curiosità. Mongrassano: mille e cinquecento anime, un sindaco, uno pseudo commercialista, un maresciallo, un prete… un luogo in cui ancora sopravvivono le magare, donne (streghe?) che lanciano o tolgono l’affascino, ovvero il malocchio, attraverso antiche arti oscure.

Carmela Visconte, detta ’a magara, era indicata da tutti come la più grande curatrice di Mongrassano e dell’intero territorio. Nessuno conosceva le sue origini, alcuni dicevano che era nata nella montagna, partorita da una strega.

I personaggi, in realtà, sono tanti. Molto di più di quelli accennati sopra. Apparentemente paralizzati nella loro quotidianità, sono al contrario caratteri in movimento, simili ai Dubliners di Joyce, che con le loro epifanie cercano se stessi e soprattutto una vita nuova. Diversa da quella che si ritrovano a condurre.

La fragilità dei palindromi è quindi una commedia umana tenuta insieme dalla fragilità delle relazioni umane. Dalle bugie intorno alle quali sono cucite le esistenze dei protagonisti. Dalla forza assassina dell’incomunicabilità.

Lo scontro tra progresso e tradizione – un tema molto caro all’autore – fa da comune denominatore allo svolgersi della storia: una web radio che snuda i segreti più oscuri e sbugiarda fattacci clandestini. Una web radio che unisce i personaggi all’ascolto, li stimola, li scandalizza, li scuote.

Un romanzo, quindi, che sfrutta la metafora dei palindromi, per dirci che

in qualsiasi modo leggiamo questa storia, il suo significato non cambia.

Pensiero che ci fa arrivare al titolo, intrigante e contraddittorio, e che mi ha subito suscitato una forte curiosità. Mi sono sempre immaginata un palindromo come un’unità perfetta, costruita attorno un’ordine logico che rende l’unità stessa inattaccabile. Ebbene, nulla di più sbagliato. L’insegnamento trasmesso da questo romanzo, invece, risiede proprio nelle sue fragilità. Come per le relazioni umane, la perdita di una sola lettera rende il palindromo fragile e incompleto. Vulnerabile.

Sono molto grata all’autore per avermi permesso di scendere in piazza Tavolaro a conoscere i suoi personaggi e scoprire il lavoro – popolare ma anche critico e anticonformista – di uno scrittore che non ha nulla da invidiare ai più famosi nomi della narrativa moderna.

Come sempre vi lascio il link per l’acquisto: La fragilità dei palindromi

E vi segnalo anche Circo Dovrosky, dello stesso autore, che costituirà la mia prossima lettura.