La fragilità dei palindromi di Marco Stefano Gallo

Ueilà!

Oggi vi voglio parlare di un libro, La fragilità dei palindromi edito Ferrari Editore, di cui sono rimasta piacevolmente sorpresa e che ho avuto l’opportunità di leggere grazie al suo autore: Marco Stefano Gallo.

La fragilità dei palindromi esce dalla mia comfort zone – non mi ero mai avvicinata a un romanzo corale che descrive una piccola cittadina calabrese – ma fin dalle primissime pagine è stato in grado di catturarmi e conquistare la mia più completa attenzione.

Uno specchio che riflette il microcosmo della cittadina natale dell’autore, dunque. Niente di più lontano dalla mia realtà. E, viceversa, niente che potesse stimolare di più la mia curiosità. Mongrassano: mille e cinquecento anime, un sindaco, uno pseudo commercialista, un maresciallo, un prete… un luogo in cui ancora sopravvivono le magare, donne (streghe?) che lanciano o tolgono l’affascino, ovvero il malocchio, attraverso antiche arti oscure.

Carmela Visconte, detta ’a magara, era indicata da tutti come la più grande curatrice di Mongrassano e dell’intero territorio. Nessuno conosceva le sue origini, alcuni dicevano che era nata nella montagna, partorita da una strega.

I personaggi, in realtà, sono tanti. Molto di più di quelli accennati sopra. Apparentemente paralizzati nella loro quotidianità, sono al contrario caratteri in movimento, simili ai Dubliners di Joyce, che con le loro epifanie cercano se stessi e soprattutto una vita nuova. Diversa da quella che si ritrovano a condurre.

La fragilità dei palindromi è quindi una commedia umana tenuta insieme dalla fragilità delle relazioni umane. Dalle bugie intorno alle quali sono cucite le esistenze dei protagonisti. Dalla forza assassina dell’incomunicabilità.

Lo scontro tra progresso e tradizione – un tema molto caro all’autore – fa da comune denominatore allo svolgersi della storia: una web radio che snuda i segreti più oscuri e sbugiarda fattacci clandestini. Una web radio che unisce i personaggi all’ascolto, li stimola, li scandalizza, li scuote.

Un romanzo, quindi, che sfrutta la metafora dei palindromi, per dirci che

in qualsiasi modo leggiamo questa storia, il suo significato non cambia.

Pensiero che ci fa arrivare al titolo, intrigante e contraddittorio, e che mi ha subito suscitato una forte curiosità. Mi sono sempre immaginata un palindromo come un’unità perfetta, costruita attorno un’ordine logico che rende l’unità stessa inattaccabile. Ebbene, nulla di più sbagliato. L’insegnamento trasmesso da questo romanzo, invece, risiede proprio nelle sue fragilità. Come per le relazioni umane, la perdita di una sola lettera rende il palindromo fragile e incompleto. Vulnerabile.

Sono molto grata all’autore per avermi permesso di scendere in piazza Tavolaro a conoscere i suoi personaggi e scoprire il lavoro – popolare ma anche critico e anticonformista – di uno scrittore che non ha nulla da invidiare ai più famosi nomi della narrativa moderna.

Come sempre vi lascio il link per l’acquisto: La fragilità dei palindromi

E vi segnalo anche Circo Dovrosky, dello stesso autore, che costituirà la mia prossima lettura.

Pet Sematary, Stephen King

Ueilà!

Ho rimandato la lettura di questo romanzo perché sapevo, nella mia soglia di sopportazione della paura, che questo era uno di quelli che avrebbe richiesto il livello più alto.

E infatti non mi sbagliavo. Ma a causa dell’imminente uscita nelle sale cinematografiche del film – Pet Sematary del 9 Maggio distribuito dalla 20th Century Fox – mi sono armata a quattro mani, ho raccolto tutto il coraggio necessario e ho iniziato questa indescrivibile lettura prima che la visione del film me ne plasmasse i volti e le atmosfere.

Uscito nel 1983, Pet Sematary (Sperling and Kupfer) è un libro potente (come d’altronde quasi tutti i libri di King), agghiacciante e disturbante. Se si è genitori, parecchio disturbante in più rispetto al lettore senza figli.

Se pensate che King voglia parlarvi dei vostri teneri animaletti domestici vi sbagliate di grosso. In questo romanzo il Re vuole esplorare la debolezza della mente umana nel momento di maggiore difficoltà, ovvero quando è costretta a confrontarsi con la morte. L’essere umano non sa accettare la morte, non riesce ad arrendersi alla sua costante e paziente vittoria sulla vita. E questo sia quando bussa alla porta dei nostri animali domestici sia quando sfonda i portoni dei nostri famigliari o delle persone a noi più care, devastandoci completamente.

La morte è un mistero e la sepoltura è un segreto.

Questa esplorazione dei confini della mente umana ottenebrata dal dolore King la filtra attraverso un protagonista lucido ed attendibile, un medico, che insieme agli atri personaggi (tutti caratterizzati alla perfezione) rendono Pet Sematary un classico dell’horror incredibilmente credibile.

Dunque: c’è una famiglia appena arrivata in città. C’è un’interstatale su cui viaggiano camion a tutta velocità a qualsiasi ora del giorno e della notte. C’è una tragedia familiare. E poi c’è un antico e misterioso cimitero degli animali. Gli ingredienti principali che, mescolati con i tantissimi sapori che King sa accostare perfettamente, formano la ricetta perfetta di un classico che conoscono tutti.

La domanda è: cosa potrebbe succedere se esistesse un modo per eludere la morte?

Io ho letto il libro nell’edizione vintage in foto, con la copertina rossa. Come sempre, però, vi lascio il link per l’acquisto del libro nuovo via Amazon (per sostenere il blog senza che slow diate un centesimo di più).

Pet Sematary

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson

Ueilà!

Oggi che ricorre la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore, voglio parlarvi de Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve (Bompiani) e del gruppo di lettura grazie a cui ho trovato la spinta giusta per leggerlo, ovvero Guess The Book Reading Challenge.

Questo fantastico gruppo di lettura – le cui organizzatrici sono Ilaria de AiralsWorld e Maria Cristina de Chronicles of a Bookaholic – sfida ogni mese i partecipanti alla lettura di due libri attraverso rebus e indovinelli che accendono la fantasia dei lettori prima ancora di sfogliarne la prima pagina.

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve lo volevo leggere da moltissimo tempo, da quando nel 2009 esordì come caso letterario.

Cosa posso dirvi… non lo assocerei a Forrest Gump come molti hanno invece fatto, ma qualcosa di geniale lo ha. (Ah, se non avete il dvd di Forrest nella vostra collezione bisogna rimediare immediatamente: Forrest Gump (Special Edition) (2 Dvd)).

Il centenario è un libro gradevole e leggero. Assurdo e divertente. In poche parole, una lettura che non può che farvi bene.

L’innocuo centenario pluriomicida scappa dalla casa di riposo dov’era finito poco prima del suo centesimo compleanno e da questo episodio – da questa audace fuga in pantofole – parte la narrazione della sua incredibile e paradossale vita.

Le avventure del vecchio lo porteranno a viaggiare dalla Svezia in tutto il mondo, a conoscere i più grandi potenti della terra e a ficcare il naso in quasi tutti gli episodi più importanti della storia novecentesca. Il tutto con una calma e pacifica attitudine verso le svolte imprevedibili del destino che farebbero invidia al Dalai Lama, forse l’unico personaggio con cui il centenario non abbia mai bevuto acquavite o dal quale non sia mai stato invitato a cena. Forse. Chi potrebbe affermarlo con certezza?

Come sempre vi lascio il link di acquisto:

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

e vi saluto con una piacevole notizia, ovvero l’uscita del “sequel” che leggerò mooolto presto!

Il centenario che voleva salvare il mondo

Il lascito. La caccia del falco. Di Calvin Idol

Ueilà!

Oggi vorrei parlarvi di un esordiente, Calvin Idol, che mi ha dato l’opportunità di leggere il suo lavoro, Il Lascito – La caccia del Falco, ed entrare nel mondo fantastico di Jotnarheim dove magia e tecnologia si intrecciano insieme a una carrellata di personaggi del tutto non convenzionali.

I protagonisti e gli altrettanti punti di vista sono cinque: Doran, Kahyra, Ygg’xor (il personaggio più riuscito e affascinante, a mio avviso), Ceaser e Eryn.

Questi cinque personaggi non potrebbero essere più diversi tra loro e infatti la sensazione iniziale, come lettore, è stata di smarrimento e incredulità. Piano piano, però, la struttura inizia a delinearsi – una struttura “a incastro” non semplice e per nulla scontata in un esordiente – e la curiosità prende il sopravvento facendo girare pagina dopo pagina quasi senza accorgersene.

Altro aspetto che mi ha piacevolmente stupita è stato lo stile. Sorvolando su qualche parolaccia di troppo e su un registro talvolta troppo scurrile che però è chiaramente voluto, funzionale direi, e cucito addosso a specifici personaggi, lo stile nel complesso risulta sorprendentemente pulito e snello.

Per quanto riguarda il secondo volume, più dinamico e avvincente del primo, la penna dell’autore sembra più sicura ed esperta. Mano a mano che si prosegue è sempre più piacevole seguire le peripezie dei nostri eterogenei protagonisti.

Sia il primo sia il secondo volume sono pieni di colpi di scena che spiazzano il lettore e ne sbriciolano ogni certezza. Calvin Idol è un autore che non teme di far male ai propri protagonisti, non li considera immuni ai colpi di sfortuna e non ha paura, al bisogno, di sbarazzarsene. Questo coraggio dimostrato dal giovane autore ha costituito una piacevole novità all’interno di una trama anch’essa decisamente insolita e peculiare.

Piccolo neo riscontrato in entrambi i volumi: il finale è troppo brusco e incompleto. Certo, tutti i romanzi che si rispettano lasciano la voglia nel lettore di proseguire, ma in questo specifico caso la trama subisce un taglio troppo netto. Se siete perciò come me, lettori che non amano lasciare le cose in sospeso, allora vi consiglio di aspettare Agosto, mese in cui l’autore uscirà con il terzo volume della saga nel quale, spero, si scioglieranno i nodi più importanti.

Ecco i link di acquisto (versione digitale):

Il Lascito I: La Caccia del Falco

Il Lascito II: La Caccia del Falco Vol. 2

L’ombra dello scorpione, Stephen King

Per l’iniziativa di @readbelieve e @silvia_inunclick – #inchiostroecaffeina – oggi sorseggio un caffè alto ripensando al viaggio maestrale che ha rappresentato la lettura de “L’ombra dello scorpione” (Bompiani) di Stephen King.

L’ombra dello scorpione è un libro di più di 500 pagine – mooolte di più – che trascina il lettore nella lotta tra il bene e il male in una realtà post apocalittica in cui un’epidemia ha colpito quasi per intero il genere umano.

C’è tutto il King di cui aver bisogno.

Ma perché mai il titolo originale “The stand” è arrivato nelle edizioni italiane a essere tradotto come “L’ombra dello scorpione”? Tra tutte le leggende in cui mi sono imbattuta, la più verosimile riferisce che piuttosto di un titolo letterale – come per esempio La resistenza, che avrebbe potuto trarre il lettore in inganno facendolo forse pensare a un libro storico sulla Resistenza – gli editori abbiano preferito tentare di accattivare il lettore rifacendosi a un passaggio in cui viene descritto il diabolico (ma ahimè, anche molto affascinante) Randal Flagg:

Lui non muore mai. […] È nei lupi, cavoli, sì. I corvi. I serpenti a sonagli. L’ombra del gufo a mezzanotte e lo scorpione a mezzogiorno»).

Un libro chilometrico, come il viaggio dei protagonisti, città dopo città, alla ricerca di altri sopravvissuti con cui ricostruire una società. Un viaggio incommensurabile. Un viaggio attraverso la grandezza e la meschinità del genere umano.

Un viaggio che vi consiglio assolutamente di intraprendere prima o poi.

Link:

Blog di Readbelieve: Read is believing

Blog di SilviaInunclick: Il piacere della lettura

Link di acquisto Amazon: L’ombra dello scorpione. Ediz. integrale

The Outsider, Stephen King

Un altro colpo messo a segno dallo scrittore che conosce il male e tutte le sue innumerevoli facce meglio di chiunque altro: Stephen King.

Parliamo dunque di The Outsider, del Re del brivido, edito Sperling & Kupfer.

Ve lo devo dire, questo è un libro che mi ha fatto arrabbiare. E tanto anche. La prima metà del libro mi ha spaccato il cervello in due, totalmente incapace di decidere quale verità fosse quella giusta in cui schierarsi.

In questa prima fase del libro King non solo getta le basi della storia, non sta solo accompagnando il lettore verso l’incontro con l’ignoto… ma si sta anche divertendo come un matto a farlo impazzire. E io per questo l’ho odiato, ma anche amato di amore vero.

The Outsider vi mostra uno Stephen King che accarezza l’ignoto e corteggia il soprannaturale, ma lo fa vent’anni dopo IT (link di acquisto in italiano: It), con protagonisti adulti e intrisi di razionalità. Non più bambini capaci di vedere attraverso quel velo che separa l’innocenza dall’esperienza.

Alibi, impronte digitali, video della sorveglianza, dna… come coniugarle con la mutevolezza del male?

Nella seconda parte del libro, invece, mentre la storia raggiunge il climax, King continua ad ammiccare al lettore con riferimenti ad alcuni dei suoi romanzi passati in un vortice di easter eggs che esaltano il lettore più esperto.

King ci aveva già dimostrato di essere perfettamente in grado di coniugare, e di farlo in modo convincente, razionale e sovrannaturale in tutti i suoi libri. Ce n’è uno, però, in cui la parte razionale viene affiancata alla logica poliziesca del metodo scientifico e delle prove schiaccianti: la trilogia di Mr Mercedes (link di acquisto qui: Mr. Mercedes, Chi perde paga, Fine turno) e dopo l’incredibile successo ottenuto, King prosegue su questa strada, anzi l’affina, dimostrando di poter far irrompere la presenza sovrannaturale nella realtà quotidiana piegandola a suo piacimento nel modo più convincente possibile.

Ho iniziato a leggere e a amare King più di dieci anni fa e da allora questo scrittore non mi fa dormire sogni tranquilli. Eppure sono sempre qui, con un suo libro in mano, in attesa del prossimo oppure alla ricerca di qualche pubblicazione passata che mi è sfuggita. Con King sono cresciuta come lettrice e come persona. Leggetelo, non ve ne pentirete.

Come sempre, se volete sostenere il mio lavoro, vi lascio i link di acquisto:

Copertina rigida: The outsider

Copertina rigida e in lingua originale:The outsider

Intervista a Debora Cappa, giovane poetessa pescarese

Amici,

Debora Cappa è una giovane e prolifica autrice pescarese. Ha scritto numerose raccolte di poesie delle quali oggi desidero parlarvi e ci ha concesso un’intervista esclusiva nella quale parla di sé e della sua produzione poetica.

Lo confesso, la poesia non è tra le mie corde. Non quelle più vibranti, almeno. Ma qualcosa in questa giovane autrice mi ha spinto ad approfondire meglio il suo lavoro e perciò eccomi qui, a cercare di farvela conoscere.

Cominciamo con una poesia che mi ha particolarmente colpito e che vorrei leggeste, per entrare in contatto con la sua voce ed entrare in confidenza con la sua arte:

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E ora che avete assaporato il suo modo di scrivere vi propongo l’intervista:

1. Raccontaci di te.

Sono una giovane scrittrice e poetessa pescarese. Al momento ho all’attivo la pubblicazione di otto libri:

  • Il Carnevale della Vita
  • Amore, l’incompiuto
  • L’ Anima e il Mare
  • Il Corpo e la Terra
  • I Sentieri della Mente
  • Intime Evoluzioni
  • Sembianze dei Silenzi
  • Petali di Speranze

Altre sillogi, delle mie numerose inedite, saranno pubblicate nei prossimi mesi.

Sono ideatrice e realizzatrice del mio sito http://www.webalice.it/occhiblu_oltremare/ e blog https://deboracappa.wordpress.com/ nonché curatrice dei miei social


2. Perché hai cominciato a scrivere? E come ti sei accorta che la poesia era per te il modo migliore per farlo?

Ho cominciato a scrivere perché per me è sempre stato un bisogno ancestrale, che mi ha condotta ad esplorare le potenzialità racchiuse nell’uso della parola poetica. Esso si è manifestato fin dalla più tenera età come incanto per racconti sia reali sia fantastici. Tale naturale propensione è stata successivamente rafforzata dagli studi classici, che hanno incentivato la mia passione per la letteratura greca e latina, italiana e straniera nonché per il gusto del “bello” e dell’arte in genere.

Quando ho avvertito il bisogno di esternare sensazioni e riflessioni, sentimenti e considerazioni, ho ritenuto che la poesia fosse il modo migliore per farlo, in quanto essa è dotata di una particolare immediatezza. In pochi versi infatti può racchiudere significati profondi e variegati. Scrivere liriche inoltre, secondo me, è strumento efficace per intraprendere la consapevolezza di se stessi, quindi degli altri e di ciò che ci circonda, attraverso la conoscenza acquisita del vivere. Credo in aggiunta che possa svolgere una funzione etica, restituendo la giusta dignità alle nostre esistenze. (So che non dovrei intromettermi nelle risposte, e se Debora Cappa fosse davanti a me in questo istante probabilmente arriccerebbe il naso per l’interruzione, ma… questa frase mi ha toccato profondamente. La funzione etica della poesia come ricostituente della dignità delle nostre esistenze: Debora, ti auguro ogni bene perché il tuo modo di vedere il mondo è unico e raro).

E’ per di più talvolta pura evasione, rifugio all’incomunicabilità, che attanaglia le nostre esistenze, visto che la solitudine, a mio parere, è il male del secolo.

3. Com’e cambiato il tuo rapporto nel tempo con la scrittura?

Attraverso le prefazioni alle mie otto raccolte edite si possono seguire passo passo la questione inerente le scelte stilistiche, le ambientazioni spazio-temporali, le tematiche e le prospettive.

Scorrendo inoltre i versi pubblicati e quelli che costituiscono le numerose e nutrite raccolte al momento ancora inedite, riscontro evoluzioni costanti.

A detta dei critici il mio stile è asciutto, fluido ed incisivo, ha ritmo serrato, sincopato, verso libero e a volte molto spezzato, poi, tra parole semplici ed intense, raggiunge toni lievi, quasi sussurrati in punta di penna, privilegiando freschezza e musicalità.

4. C’è ancora spazio per il poeta e per la poesia nella società di oggi?

Non è certamente facile trovare spazio per il poeta nell’era consumistica di oggi, ciononostante, animata da un misto d’incoscienza e d’amore, persisto nel mio intento, spinta dalla voglia di comunicare, di interagire e dal bisogno di esprimere liberamente la mia essenza.

Il poeta del resto a mio avviso non può rifugiarsi in una torre eburnea, anche se la vita contemplativa sarebbe senza dubbio più facile, perché preserverebbe dal contatto crudo con le sofferenze. Essa impoverirebbe infatti al limite della freddezza, qualsiasi attività artistica, facendo spegnere lapilli in cenere. Condivido a tal proposito quanto affermava Alberto Moravia : “La poesia è come l’acqua nelle profondità della terra. Il poeta è simile ad un rabdomante, trova l’acqua anche nei luoghi più aridi e la fa zampillare”.

Ribadisco inoltre quanto già detto circa la funzione etica del genere poetico.

Ritengo anche che indagare spirituali complessità, evitando di cadere in facili sentimentalismi, possa coadiuvare nel superare le fragilità dell’anima e nel rafforzare la solidità fisica dell’umanità personale a livello globale.

Attorno alle nostre esistenze essa crea per giunta una sorta di ideale ampolla di vetro. Le sue pareti trasparenti non possono impedirci il contatto crudo con la realtà cinica e sempre più dolorosa, ma sanno difendere il cuore delle nostre essenze, donandoci, specie nei momenti critici, linfa vitale di sopravvivenza attraverso la scoperta costante della purezza e della bellezza in senso lato.

5. A chi sono rivolte le tue poesie? Chi è il lettore ideale? E/o a chi pensi mentre scrivi?

Non ho né preferenze né preclusioni circa un ipotetico lettore, che mi auguro si lasci guidare nel cammino ideale dentro e fuori se stesso.

Il poeta potrà essere ascoltato e capito, magari anche apprezzato, ma solo da chi avrà la tenacia e la voglia di non farsi limitare, nel senso più ampio del termine.

Quando scrivo dunque non penso ad una persona specifica, ma mi lascio trasportare dall’ispirazione. Tutto ciò che colpisce la mia sfera emotiva, ancor più se induce all’introspezione, diventa potenziale spunto per le mie composizioni poetiche.

L’ intento che in ogni caso mi prefiggo sempre di raggiungere è di concepire in veste universale.

6. Cosa consiglieresti a un lettore poco avvezzo alla poesia che abbia deciso di avvicinarsi alle tue opere?

Consiglierei di non lasciarsi scoraggiare dal fatto che questa forma d’arte risulta davvero impervia per il luogo comune secondo cui è considerata ostica, datata, d’èlite.

Come già accennato prima, prediligo pertanto uno stile cristallino, privo di orpelli, in modo da avvicinare il lettore concettualmente ed emotivamente, senza farlo annaspare in intrichi ridondanti di parole, magari sfoggiate, ricercate in modo ossessivo e spesso vuoto. Tramite l’essenzialità e la coerenza della forma stilistica mi avvalgo a tal proposito di simboli, allegorie, flash, barlumi, ossimori e della forza icastica di immagini nitide ed immediate.

7. In che stato si trova il genere poetico in Italia oggi? Vedi qualche autore interessante in fare di fioritura? O pensi più a una fase stagnante?  

Il genere poetico in Italia oggi non è tra i più in voga, dato che l’era attuale impone ritmi sempre più psichedelici, riducendo il tempo per pensare e rilassarsi, a meno che fin da piccoli non sia stata ricevuta un’educazione in tal senso e dunque leggere costituisca un bisogno prioritario della mente e dell’anima.

Nonostante ci sia qualche autore interessante in fase di fioritura, penso ad un momento piuttosto stagnante per una serie di altre concause.

La scarsa attenzione per il contenuto poetico va imputato alla società odierna, superficiale, frivola, distratta da mille fatui interessi, abituata al culto dell’apparenza, all’ostentazione dell’esteriorità, alla mortificazione dell’essenza in nome di una mercificazione totalizzante, che investe perfino i sentimenti e sembra favorire un livellamento culturale, un’atrofia del pensiero.

Le opere valide inoltre non sempre vengono supportate, in quanto non usufruiscono di un impianto pubblicitario adeguato, che, seppur apprezzabile, tende ad essere fagocitato da tutto il resto.

Mi fanno ben sperare tuttavia l’interesse e l’entusiasmo che ho potuto riscontrare da parte di numerosi giovani a proposito dei miei versi. I loro commenti mi hanno fatto veramente piacere e dunque ritengo che la poesia possa essere apprezzata nella giusta misura in un prossimo futuro, mi auguro non troppo lontano.

8. In tutto questo tempo dedicato alla poesia, cosa ritieni di aver imparato da essa?

Nell’arco di tempo dedicato alla poesia penso di aver imparato che lo scrivere sia un mezzo potente per affrontare la conoscenza di se stessi, quindi degli altri e di ciò che ci circonda.

Ritengo inoltre che essa possa svolgere una funzione etica in un mondo così globalizzato e stereotipato, in cui l’interiorità è quasi una zavorra.

Comprendo meglio l’opinione di Edoardo Sanguineti: “Uno sguardo vergine sulla realtà: ecco ciò che io chiamo poesia”.

Anche secondo me infatti la poesia della vita va riscoperta tramite la lente di ingrandimento della semplicità, dello stupore, della curiosità, dell’incanto.

Per concludere riporto il pensiero di Percy Shelley In difesa della poesia :

La poesia toglie il velo di bellezza celata al mondo e fa sì che oggetti a noi familiari ci appaiano sotto una luce diversa…

La poesia traduce tutte le cose in amore, esalta la bellezza di ciò che è più bello, aggiunge bellezza a ciò che manca di grazia, sposa l’esultanza e l’orrore, il dolore e il piacere, l’eternità e il mutamento, tutte cose inconciliabili che unisce sotto il suo giogo leggero….

La poesia ci fa abitanti di un mondo diverso di cui quello che comunemente conosciamo è solo un’ombra…

La poesia libera il nostro animo dal velo dell’abitudine che ci impedisce di scorgere la meraviglia del nostro essere, ci spinge a sentire ciò che percepiamo e a immaginare ciò che conosciamo”.

9. Per finire, un gioco: puoi salvare soltanto tre poesie da una biblioteca in fiamme. Cosa salvi?

Le tre poesie che salverei da una biblioteca in fiamme sono:

-”L’infinito” di Giacomo Leopardi per il suo volger all’incommensurabile

-“Prendi un sorriso” di Mahatma Gandhi per l’idea di condivisione ecumenica

-“Un bacio” di Edmond Rostand dal Cyrano de Bergerac per il delicato romanticismo.

Ringrazio l’autrice.

Buona lettura a tutti!

N.