L’avvelenatrice, di Alexandre Dumas: iniziamo!

Prima tappa della lettura condivisa de L’avvelenatrice (se volete saperne di più, leggete l’articolo in cui presento il gruppo: Le avvelenatrici: il gruppo di lettura).

Oggi abbiamo letto i primi quattro capitoli, concentrandoci sull’incipit che catapulta in pochissime parole direttamente dentro spazio e dentro tempo della storia:

Verso la fine dell’anno 1665, in una bella sera d’autunno, molta gente si accalcava sulla parte del Ponte Nuovo che scende verso la via Delfino.

Dunque, siamo nel 1665 a Parigi. Quattro righe per prendere per mano il lettore e accompagnarlo dentro la scena; quattro righe per creare la giusta atmosfera. Come direbbero le mie compagne di lettura, un inizio che conduce passo dopo passo nel cuore della storia e, aggiungo io, un incipit memorabile.

Nel corso della discussione della lettura con le altre lettrici e blogger, nel nostro salotto virtuale, sono state sollevate anche altre interessanti osservazioni. Come Le amiche del te, per esempio, che sono rimaste colpite dalla ricchezza dei personaggi.

Leggete la descrizione della marchesa e ditemi se non vi sembra di averla davanti agli occhi, sorridente e ammiccante:

A ventott’anni la marchesa di Brincilliers era in tutto lo splendore della beltà: di statura piccola, ma di forme perfette, aveva il volto tondo, d’incantevole leggiadria.

Tina, di Mangio le Parole, è rimasta invece catturata dallo stile di scrittura, uno stile classico dal punto di vista odierno, rivoluzionario ed enfatico se inserito nell’epoca dell’autore, definito non a caso il primo “imprenditore” francese della scrittura.

Personalmente, da questi primi capitoli io sono rimasta sopraffatta dagli oscuri intrighi della trama, che non vedo l’ora di proseguire.

A domani per i prossimi quattro capitoli!

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La verita sul caso Harry Quebert: proseguiamo

Ueilà readers, vi ho lasciati la settimana scorsa con le primissime impressioni sulla prima parte del testo, fino al consiglio 24 (per chi legge la versione cartacea fino a pagina 188): La verità sul caso Harry Quebert: iniziamo. Oggi proseguiamo e arriviamo fino al consiglio di scrittura numero 15, ovvero pag 398.

Sospettavo di Jenny, la dolce camerierina bionda innamorata e non corrisposta dal grande scrittore. Pensavo che il rancore per il suo amore non corrisposto fosse il movente. Ebbene, neanche tre pagine più avanti la mia pista viene smantellata. Marcus Goldamn sta attraversando un momento di incertezza, non sa se scrivere un libro sull’amico possa aiutarlo a scagionarlo. Teme piuttosto che possa avere l’effetto contrario, che possa nuocere al suo maestro che attualmente si trova a un passo dal braccio della morte.

E invece devi farlo, Marc! Perché un libro è probabilmente l’unico modo per dimostrare all’America che Harry non è un mostro. Non ha fatto niente, ne sono sicura.

Non proprio le parole di un’assassina, che in quel caso vorrebbe allontanare ogni forma di attenzione dall’indagine, figurarsi la pubblicazione di un libro da parte di uno scrittore di fama nazionale. Diciamo che, non penso che l’assassino/a incoraggerebbe un giovane scrittore a ficcanasare nel passato, ecco. Ma allora chi può essere stato?

Intanto nella linea temporale del 1975 la relazione tra Harry Quebert e Nola va avanti, altalenando tra momenti felici e indimenticabili come la gita a Rockland alle indecisioni dello scrittore che per quanto dichiari di amarla è pur sempre consapevole di aver trent’anni in più.

Nel 2008, Marcus Goldman prosegue le sue ricerche andando a parlare col padre di Nola, il tenero, ma roso dal dolore, reverendo Kellergan. Goldman si confronta poi con il sergente Gahalowood e con l’avvocato di Quebert, Roth. E qui, nella prigione dove è stato rinchiuso Quebert, avviene una svolta che ho trovato sensazionale: Harry Quebert riceveva delle lettere anonime battute a macchina:

So cos’hai fatto a quella ragazzina di 15 anni. E presto lo saprà tutta la città.

Ma santa pazienza, perché cavolo non ne ha parlato subito? Cioè, qualcuno sapeva di Harry e Nola, lo sapeva già nell’estate del 1975. Un possibile indiziato! Perché Quebert non ne ha fatto parola? Eh? Perché??

Poche pagine dopo, scopriamo attraverso la testimonianza di un’amica che Nola veniva picchiata in casa. Stessa domanda di prima: Harry non ne sapeva nulla? Si amano, passano molto tempo insieme e lui non se ne accorge? Uhm… non mi convince. E infine la bomba, sganciata nelle ultime righe di questo stesso capitolo, il 21: l’amica dichiara che Nola doveva spogliarsi e lasciarsi toccare da un vecchio riccone del paese, un certo Elijah Stern. Cosa??? Il tutto mi sembra inverosimile e assurdo.

E a proposito di inverosimile e assurdo, vogliamo parlare delle lettere anonime che si scambiano Harry e Nola?

Tesoro mio, come puoi dire che non ti amo? Eccoti delle parole d’amore, parole eterne che vengono dal più profondo del cuore. Parole per dirti che penso a te ogni mattina appena mi sveglio…

Ma cos’è? Un grande scrittore di fama mondiale o un bambino delle elementari? La banalità di queste lettere mi ha fatto seriamente pensare di chiudere il libro. Però non l’ho fatto, e meno male perché ancora qualche capitolo ed ecco una nuova svolta, il pregio di questo romanzo peraltro: i colpi di scena.

Quale svolta? Harry e Jenny sono finalmente usciti insieme, lui per cercare di dimenticarsi di Nola, lei perché ne è follemente innamorata, ma la serata è stata un disastro e proprio mentre Jenny cerca di consolarsi prima di rientrare a casa arriva Travis Dawn, che casualmente passava davanti a casa sua. Questo Travis non mi convince. No. Per niente. E il suo movente sarebbe proprio Harry: togliendolo di mezzo avrebbe la strada libera per potersi finalmente dichiarare a Jenny.

Che dite, sarò stato lui? Ci sono altri due personaggi di cui sospetto: Luther Caleb, oscuro e misterioso, e la madre di Jenny (che mi sembra una squilibrata). Moltissima carne al fuoco, forse troppa.

Ultima osservazione: la relazione Gahalowood-Goldman. Ritengo che finora, tra tutte le coppie mal assortire descritte nel romanzo (Harry-Nola, i coniugi Quinn, Elijah-Luther ecc.) l’unica relazione, anche in senso platonico, ben descritta, addirittura quasi divertente, sia proprio l’amicizia che nasce tra il giovane scrittore e il sergente. Questi due, insieme, mi piacciono un sacco.

La verità sul caso Harry Quebert: iniziamo.

Ueilà readers! La verità sul caso Harry Quebert è un libro discusso e controverso. Si tratta di un giallo deduttivo francese che ha fin da subito fatto parlare di sé, probabilmente per via del fatto che il mistero ruota tutto intorno alla scomparsa di una ragazzina di 15 anni che ha avuto una storia d’amore con lo scrittore trentaquattrenne Harry Quebert.

Comunque vadano le cose, una relazione con una quindicenne è difficile da digerire. Sia che lo scrittore sia colpevole, sia innocente. A freddo: se anche lei si fosse innamorata perdutamente (e a quindici anni ci può stare), lui avrebbe dovuto avere la maturità sufficiente per 1. resistere alla tentazione e 2. spiegarle che l’amore come lo vivono loro quell’estate del ’75 prima o poi passa. Ma vabbè, forse anche lo scrittore era a digiuno d’amore, tutti cadiamo alle tentazioni prima o poi… quindi proseguiamo la lettura e vediamo cosa succede a questa improbabile coppia.

La storia comincia nel 2008, la prospettiva è quella dello scrittore Marcus Goldman, ma narra fatti accaduti nell’estate del  1975 attraverso numerosi salti temporali e cambi di prospettiva. A parlare, oltre a Goldman, c’è lo scrittore Harry Quebert insieme a numerosi altri testimoni, mentre per quanto riguarda i livelli narrativi, ne ho rilevati almeno cinque:

1° livello: 2008, Marcus Goldman, l’arresto di Quebert

2° livello: 1975, scomparsa di Nola Kellergan

3° livello: 1998-2002, periodo in cui Marcus va all’università e diventa amico del professore, maestro e scrittore Harry Quebert

4° livello: Le Origini del Male, il libro che ha consegnato alla fama Harry Quebert e che narra l’amore impossibile nato quell’estate.

5° livello: Il caso Harry Quebert, il libro che sta scrivendo Goldman per scagionare l’amico Harry

E poi ci sono i consigli di scrittura, con quel bizzarro capitolo iniziale numerato 31. Sì, perché oltre a essere l’indagine di un amico che crede nell’innocenza del suo maestro questo libro è anche un’indagine sulla scrittura e sulla fama.

Dunque, la struttura è abbastanza complessa ma ben riconducibile a una linea temporale precisa. L’indagine è misteriosa, una puntina scabrosa, ma accattivante. Ci sono numerosi colpi di scena. Direi che abbiamo per le mani un ottimo libro. Unica stonatura: l’autore è un po’ troppo prolisso per i miei gusti, a tratti ripetitivo. Se il libro riuscirà a sorprendermi, però, sono dispostissima a perdonarlo!

Ultimissima riflessione: Sospetto di Jenny! Sì, non fate quella faccia. La piccola, biondissima e carinissima camerierina ha un movente signori! La gelosia! E la madre? Naturalmente è la sua complice! Non sono neanche certa che sia l’unica… cosa mi dite del poliziotto rimasto ad Aurora perché perdutamente innamorato di lei? Lui sì che sarebbe in grado di nascondere le prove e manipolare un’indagine…

Assurdo? Voi di chi state sospettando?

Continuiamo a leggere per scoprirlo.

Quando un amico

Quando un’amico si avvicina con un libro in mano e un mezzo sorriso stampato in faccia i casi sono due: ha avuto un colpo di fulmine in biblioteca oppure ha trovato un tesoro e vuole condividerlo con te.

Il secondo è ciò che mi è accaduto ieri. “Nico, ho appena finito di leggere questo libro. Ho pensato a te. Il finale è sublime. Devi assolutamente leggerlo, cazzo.”

Voi che fareste? Io ho guardato la pila di libri da leggere che ho sul comodino, ho appoggiato L’amore che mi resta di fianco alla pila e poi l’ho ripreso subito in mano. Non ho dubbi, gli altri libri salteranno tutti un turno, stasera ho un appuntamento con Giada e Daria.

Si comincia. Se volete leggerlo con me, preparatevi. È ora.

I Moebius, di Umberto Pagotto

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La ricerca

L’inizio del primo capitolo mi ha fatto immaginare una scena alla Guerre Stellari: lo spazio infinito e una nave spaziale che appare dove fino a un attimo prima v’era il nulla. E’ così che comincia la ricerca dei Moebius, una popolazione aliena alla ricerca di forme di vita intelligenti.

La fusione di casta

Durante i viaggi spaziali interdimensionali  i Moebius non possono accedere alla fusione di casta, un’interconnesione tra gli alieni che permette loro di sentire le emozioni, le intenzioni e gli stati d’animo di tutta la popolazione connessa. Ecco, questo è l’aspetto che più mi ha affascinato del libro. Stando al narratore, la scoperta dei nanorobot fu di natura militare. Poi però le cose presero una piega diversa, i nanorobot infettarono la popolazione e tutti si trovarono connessi gli uni agli altri. La cosa inaspettata? Questo mise fine a ogni guerra. Non si può combattere contro qualcuno di cui conosci praticamente tutto e di cui leggi ogni emozione.

A quel punto ogni conflitto sparì, tutti cominciarono a badare agli altri come fossero estensioni di se stessi

Voilà, la rivoluzione è servita. Un passo avanti nell’evoluzione che ha permesso ai Moebius di concentrarsi e risolvere tutti problemi legati alla sopravvivenza: gestione delle risorse, sviluppo tecnologico, assetto sociale.

L’unico problema, quando l’intera popolazione di un pianeta è interconnessa, rimane l’evoluzione filosofica. Sapere tutto dell’altro significa anche perdere quell’incertezza che costituisce il motore della ricerca e del dibattito.

Sin dall’inizio i Moebius si erano resi conto che la fusione mentale di tutta la popolazione avrebbe portato al congelamento del pensiero filosofico, perché non c’è evoluzione filosofica senza dibattito e una razza di esseri dalle menti interconnesse non discute, la filosofia, per così dire “a pelle” di un individuo era la media di tutti i pensieri della razza.

Ecco, readers, io questo aspetto l’ho trovato affascinante. Tutta una popolazione considerata come un unico organismo. Quali saranno gli effetti positivi? Ce ne saranno di negativi? Di sicuro, la brama di scoprire nuove linee di pensiero è ciò che li spinge a setacciare lo spazio in cerca di nuovi mondi.

Non trovate che anche questo sia un altro aspetto interessante? Il nostro pensiero filosofico, ma forse ancor di più la storia, ci insegna che scoprire un nuovo territorio significa sondarne le risorse e capire come sfruttarle. In passato ogni incontro con una nuova razza ha quasi sempre visto un pensiero filosofico morire a dispetto di quello del più forte.

Mi vien da pensare che questo viaggio nella fantascienza assomigli più a una riflessione introspettiva delle abitudini terrestri.

Lo potete acquistare per esempio qui: I Moebius, Edizioni Caosfera.

Buona lettura!

Figlio del cimitero: Scarlett

img_0656Che bella l’amicizia. Quella vera, quella speciale dei bambini che giocano insieme e si rincorrono e si cercano e si aspettano.

La giovane Scarlett passa i suoi pomeriggi a giocare nel cimitero dobe anita Bodmentre la madre legge seduta su una panchina. Potrebbe apparire un po’ strano, tetro soprattutto, ma un cimitero all’inglese io me lo immagino come un vasto parco tranquillo. Sappiamo che c’è una collina, un anfiteatro, il grande viale Elizio, alberi di mele, una chiesa e ovviamente i mausolei. Sì, in un posto così io ci passerei il pomeriggio e leggere e a guardare mia figlia scorrazzare e esplorare i dintorni. Non tutti i giorni magari, ma ogni tanto sì.

Così i Bod e Scarlett si incontrano, si studiano, giocano e diventano amici. Di quell’amicizia folgorante, del scegliersi in un attimo, lasciarsi in un momento e rimanersi fedeli fino all’età adulta. O almeno così spero sia per Bod e Scarlett.

Agli occhi dell’adulto Scarlett ha un amico immaginario, ma l’immaginazione della bambina qui non c’entra affatto. E’ tutto reale. Fino a inoltrarsi all’interno della collina, dentro al suo cuore, alla ricerca della tomba più antica protetta dallo Sleer, l’inquietante guardiano dei tesori del Padrone. Un’avventura inquietante e elettrizzante che li unirà per sempre.

Che figura quella dello Sleer! L’uomo indaco. L’evanescente entità primordiale che parla usando il “Noi”. Un agglomerato di spire che agisce sulla paura, in attesa da tempo immemore del suo Padrone.

Siete ancora con me o ve la siete fatta sotto?

Figlio del cimitero: Bod e il cimitero.

img_0658L’assassino, un uomo qualunque che in realtà è un professionista della morte, sale in silenzio le scale dell’appartamento dove ha ucciso il padre, la madre e la sorella del bambino che dorme all’ultimo piano. Rimane solo il piccolo e poi il lavoro sarà concluso.

Quello che l’uomo qualunque non sa è che il bambino poco più che in fasce non sta dormendo nella sua culla, ma è sgattaiolato fuori dalla stanza con il suo cuiccio, il pannolino pensoloni e una volta vista la porta aperta era sgattaiolato fuori nel buio della notte.

Davanti alla casa dove si era appena svolto il massacro c’è un antico cimitero. La nebbia confondeva i confini, avvolgeva il bambino e a guardar bene si sarebbe visto anche la figura di una donna pallida e grassottella che passeggiava in cima alla collina. Ecco, è lei che si accorge del piccoletto e mette in allarme il marito prima, gli altri defunti poi. Sì, perchè è degli abitanti del cimitero che stiamo parlando: i morti.

Nell’anfiteatro si svolge un’accesa discussione che riscuote tutte le anime del cimitero. Adottarlo? Lasciarlo al suo destino? Cosa fare del piccoletto?

I defunti Owens adottano il bambino, a cui viene data la cittadinanza del cimitero. Il misterioso Silas sarà il suo tutore. Rimane da decidere il nome… Noboday Owens, Bod.

Reader, l’inizio non è niente male eh?