It – Il rito di Chud

img_0168L’epico scontro di volontà che ci porta alla fine: il rito di Chud. Un antico incantesimo che rappresenta l’unico modo per sconfiggere IT.

Come essere polimorfo, IT scopre di essere vulnerabile. Lo scopre quando, sotto forma di licantropo, Bev lo colpisce con il proiettile d’argento. Tuttavia, per quanto i nostri eroi provino a sconfiggere il pagliaccio (il lupo mannaro, il lebbroso, l’uccello, l’occhio, il ragno gigante…) e per quanto l’idea della sua poli-vulnerabilità sia affascinante, è su un’altra dimensione in cui si svolge lo scontro definitivo. La dimensione in cui vive anche la Tartaruga (una sorta di essere superiore, Maturin, il più potente dei dodici Vettori che sorreggono la Torre, ma questa è un’altra storia).

Quello in cui consiste il rito, dicevamo, è uno scontro di volontà. Una sfida psichica. Bisogna crederci. Per sconfiggere il mostro bisogna esserne convinti, bisogna volerlo fare con tutte le proprie forze. Bill avanza disarmato, entra nell’ombra del ragno e lo guarda negli occhi.

A questo punto il libro ha aumentato di una tacca il livello della difficoltà di lettura. Adolescenza e età adulta si confondono. Il corsivo non viene più usato. Il rito di Chud negli anni 50′ è speculare negli anni 80′, dopotutto:

La vita è una ruota. Presto o tardi tutto quello che pensavi di esserti lasciato ritorna. Per il bene o il male, ritorna.

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It – Derry e gli interludi

Negli interludi, Mike racconta la storia di IT e di Derry, o almeno quanto di essa è riuscito a ricostruire. Perciò avvicinarsi a un interludio significa avvicinarsi a una scena violenta, spettacolare, feroce. Pirotecnica anche.

Primo interludio: l’esplosione delle Ferriere Kitchner (1906).

Secondo interludio: L’incendio al Punto Nero (1930).

Terzo interludio: l’esecuzione della banda Bradley.

Quarto interludio: il massacro a colpi d’ascia a opera di Claude Heroux (1905).

Il quinto interludio è una sorta di elogio funebre a Derry. Un bollettino medico di una città che viene distrutta.

Lo avevamo già detto all’inizio: la struttura di questo romanzo è complessa. Il viaggio è lungo e difficile. La montagna va conquistata, non è certo una semplice passeggiata. Eppure, di tutte le cose che si possono dire di IT io credo che sia proprio questo il suo bello. Quando una cosa richiede sforzi e sudore, la soddisfazione è più intensa.

Ci avviciniamo sempre di più al finale e mano mano che si avanza la lettura si fa ancora più difficile. I confini tra le due linee temporali sfumano, si sovrappongono volutamente. Il corsivo (che ci aiutava a conoscere i personaggi da adulti) non ci aiuta più. Non viene più usato perché a questo punto i personaggi li conosciamo bene.

L’ordine delle cose è già stato stabilito e deve fare il suo corso. C’è ripetitività nello schema, come in una ruota che gira, e proprio questa ripetitività rende la lettura una sfida.

Nel 57′ i bambini ne usciranno più adulti, nell’84’ gli adulti per poter sopravvivere dovranno ritrovare la loro fanciullezza e attingere da essa.

Ci ritroveremo presto per il gran finale. Continuate a leggere con me, vi aspetto all’ultima pagina.

It – Patrick Hockstetter

PatriciajtothOh che morte orribile! Non fatemene parlare! Inaspettata, violenta, scabrosa. Patrick sembrava un personaggio secondario come tanti altri e invece Stephen King ne approfondisce la psiche, ce lo fa conoscere meglio e poi ci gioca come farebbe un gatto con una colombella appena acciuffata.

La morte più brutta che abbia mai letto finora. La vostra qual è? Autore e titolo del libro, please.

It – Gli adulti sono i veri mostri

Parte quarta, capitolo sedici: ci avviciniamo alla fine è quello che ho capito è che uno dei messaggi di questo libro è che i bambini sono speciali per la loro capacità di accettare il mondo che li circonda così com’è. Per un bambino tutto è nuovo, tutto costituisce meraviglia, incluso il soprannaturale per quanto terrificante e orribile possa essere. L’incapacità di accettare e comprendere il male quindi sembrerebbe appartenere ai grandi, agli adulti, paralizzati dall’idea che il male, o il diavolo, possa esistere.

Probabilmente la ragione di questa incapacità sta nel fatto che gli adulti hanno catalogato il mondo attraverso le loro esperienze e perciò il soprannaturale, non rientrando in nessuna categoria razionale, o viene ignorato, minimizzato, oppure manda in tilt l’intero sistema di pensiero avvicinandoli alla pazzia.

Quando Eddie incontra il farmacista, Mr Keene, impara una verità: “Adults are the real monsters“. Tuttavia, questa “epifania” del ragazzino mi ha lasciato confusa. Tutti gli adulti sono mostri? Indistintamente? Forse in questo capitolo Eddie comprende che il farmacista, sebbene stia facendo la cosa giusta nel dirgli la verità sulla sua forma d’asma, prova un certo piacere nel confessargli una notizia che lo farà soffrire. O forse, pensando alle Songs of Experience di Blake, il messaggio è che è l’esperienza a corrompere l’animo adulto.

Voi cosa ne pensate?

IT – Mike e l’essere nero

Word ArtIn It le oscurità dell’animo umano vengono sviscerate e analiizate con una schiettezza che in certe pagine lascia sgomenti. Si parla di bullismo, di violenza di genere, di cattiverie, di inquinamento (dell’animo e dell’ambiente) e di paure. Ma l’essere nero, la blackness, occupa un posto strordinario nell’evoluzione del romanzo. Abituati a personaggi di colore secondari che muoiono prima della metà del romanzo è lungimirante come l’autore scelga Mike per esplorare questa forma di razzismo e gli affidi persino il ruolo di custode o sorvegliante della città.

Specialmente negli ultimi anni, i personaggi di colore vengono inseriti di forza sempre più spesso nelle storie. Contesti storici sbagliati, ruoli assurdi, inadeguati… solo per apparire politically correct. Oppure vengono affidati loro ruoli secondari, di riflesso, che aiutano il processo di crescita del protagonista bianco. Ai lettori, perciò, di rado viene data l’opportunità di addentrarsi nella vita interorie di un bambino nero negli anni 50′.

In It, invece, Stephen King descrive la vita del ragazzo in un contesto interamente dominato da bianchi, le sue difficoltà e le sue paure. Ci racconta la sua storia e quella della sua famiglia. Una storia di violenza razziale e di ingiustizie subite in silenzio; la storia di un ragazzo che cresce cercando di capire il senso di questa diversità, le sue conseguenze e quale sia il suo spazio nella società bianca americana di quegli anni.

IT – Silver

 

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Foto dal web

Silver è la bicicletta di Bill; una bicicletta troppo grande per un bambino, ma veloce come una saetta. Hi-yo, Silver! Away!

Vi starete domandando perchè un articolo sulla biblicletta. E’ così importante? Soprattutto se pensate a quante cose sono state scritte, dette e studiate sul romanzo. E a quante altre, forse, sono ancora da dire.

Una di queste, a mio avviso, è proprio il ruolo giocato da Silver nell’intreccio narrativo, di come l’autore ne parli come fosse un vero e proprio personaggio. Subisce i cambiamenti del passare del tempo passando attraverso le stesse lenti 3D che hanno costretto il club dei perdenti a rimettersi a fuoco dopo 27 anni.Ruga dopo ruga.

Bill la (ri)trova in uno strano banco de pegni, con una ruota bucata e la catena arrugginita. Le due realtà, presente e passato, si sovrappongono nella mente del protagonista che cerca di rimettere insieme i ricordi di un’infanzia schermata nella propria mente.

A casa di Mike, Bill cerca di sistemare Silver dedicandosi a lavori manuali che calmano la sua mente e il suo spirito. Chissà quale altre scene King ha riservato a Silver! Proseguo… siete con me?

 

It – Gli adulti si riuniscono

Che scena, amici del club!

Il club dei perdenti si è finalmente riunito, eccetto Stan ovviamente, e l’incontro avviene in una saletta privata di un ristorante a Derry. Una scena statica, insomma. Gli amici si ritrovano, studiano le rughe sui loro volti invecchiati e cercano di collegare i quasi quarantenni che circondano il tavolo con il ricordo fanciullesco che gli uni hanno degli altri. Per usare una metafora dell’autore, bellissima, si sentono come uno spettatore che cerca di mettere a fuoco un film in 3D: sovrappongono le due immagini e finiscono con un bel male di testa.

Una scena statica, quindi. Un tuffo nel passato per quanto i loro ricordi glielo permettano. Un tentativo di mettere insieme il presente e con esso la ragione che li ha riportati a Derry: il risveglio del clown. Ma… c’è sempre un ma. E che ma! In questo caso: dolcetti della fortuna. Non si può pensare di uccidere Pennywise e pensare che nulla di orribile stia per accadere. E infatti, la conclusione della cena diventa a dir poco dinamica.

Ciascuno di loro prende il proprio dolcetto e non appena lo aprono i loro peggiori incubi saltano fuori. Un occhio, una bolla di sangue, uno scarafaggio… e il dolcetto di Bill. Orribilmente fantastico. Sì, perché Bill il suo dolcetto non l’ha aperto. Ha sospettato, ha capito che qualcosa stava andando irrimediabilmente storto.

Il dolcetto di Bill pulsa. S’ingrossa e si sgonfia. S’ingrossa e si sgonfia. E proprio in quel momento Rosa, la cameriera, che non può vedere nulla di ciò che si trova sulla tavola, entra per chiedere se tutto va bene.

Geniale. Una scena al limite dello splatter che scorre in maniera fluida e perfettamente logica. Lo ripeto: geniale.

Siete con me?